Vivere sulle montagne russe: rinforzo e punizione

di Agnese Novelli, psicologa e psicoterapeuta 

 

“Nel momento in cui finalmente diamo attenzione a ogni cosa, anche un filo d’erba può diventare un misterioso, fantastico, indescrivibile magnifico mondo a sé” (Henry Miller).

 

L’attenzione è un processo molto importante per lo sviluppo e la crescita dell’essere umano. 

Attenzione e livello di attivazione sono due stati correlati fra di loro: il grado di attenzione dipende dal livello di attivazione dell’organismo che, a sua volta, dipende sia dalle condizioni interne sia dagli stimoli esterni. 

“Prestare attenzione” e “portare attenzione”, ad esempio, rimandano al “prendersi cura di qualcosa o qualcuno”. 

Portando maggiore attenzione all’educazione familiare, in questo articolo, proveremo insieme a comprendere quanto sia elevato il livello di attivazione che famiglia e società promuovo, oggi, su bambini e ragazzi, e se davvero tutti gli stimoli proposti siano utili alla crescita sana dei nostri ragazzi, oppure se possa essere necessario  provare a fare qualcosa di diverso.

 

Siamo tutti qua

Una cosa davvero speciale di noi esseri umani è che, mentre impariamo a conoscere il mondo, cresciamo e arriviamo a conoscere anche noi stessi.

Tutti noi viviamo questa vita per la prima volta, non ci sono alternative. In questo senso, figli e genitori sono sulla stessa barca e sia agli uni sia agli altri è concesso fare degli errori.

Spesso si sente dire: “Mio figlio deve avere più opportunità di quante ne ho avute io. Deve poter sfruttare ogni occasione della vita. Deve essere intelligente, sapere molte cose”. E ancora: “Mio figlio ha bisogno di essere stimolato, ha bisogno dei giocattoli giusti. Deve frequentare corsi di ogni genere fin dai primi anni di vita, dalla piscina alla ginnastica baby, fino al cinese per bambini”.  

Siamo nell’era del multitasking. Fin dalla nascita, abbiamo la tendenza a esporre i bambini a numerosi stimoli; anche la società offre molti stimoli, ma tutti sono utili alla crescita dell’essere umano? Oppure è fondamentale che, fino a una certa età, i genitori operino un distinguo tra ciò che è utile e ciò che non lo è e grava sulla crescita dei figli?

 

Mente e corpo sono interconnessi 

 

Mente e corpo sono interconnessi e nel percorso di crescita di un essere umano non è solo il nostro corpo ad aver bisogno del nutrimento adeguato, ma anche la nostra mente. 

 

Il nutrimento mentale sono le informazioni che il cervello assorbe per crescere e formarsi, informazioni che arrivano dalle interazioni e dalle esperienze che ciascuno fa nella propria vita. Il nutrimento mentale deve essere adatto alla mente come l’alimentazione deve essere adeguata alla digestione. Un’alimentazione mentale sbagliata può causare danni, non solo al nostro corpo, ma anche alla nostra mente. Infatti, come ad esempio, i neonati non tollerano un piatto di arrosto di maiale con patatine fritte (e per questo vengono nutriti con semolino e alimenti appositi), allo stesso modo, sottoporre bambini molto piccoli, già dall’infanzia, a sovra stimolazioni che si possono esprime in modi differenti, non è sempre utile e a volte può risultare dannoso.

 

Stili educativi: punizione, rinforzo e indifferenza

 

Qualche settimana fa ho assistito all’interessante esposizione della collega e Dott.ssa Camilla Iannaccone di un capitolo del libro scritto da Duoglas W. Woods e Jonathan W. Kanter (2016) riguardante gli stili di attaccamento da una prospettiva comportamentale. 

L’aspetto che ha destato in modo particolare il mio interesse e sul quale desidero portare una riflessione è legato ai processi di punizione, rinforzo e indifferenza, volgendo uno sguardo all’importante ruolo dell’indifferenza come processo educativo familiare, spesso dimenticato.

Di seguito li esploreremo brevemente insieme.

La punizione è un processo attraverso il quale uno stimolo diminuisce la probabilità che un comportamento, precedentemente messo in atto, possa essere ripetuto. Si parla di punizione positiva quando al soggetto viene aggiunto uno stimolo avversivo, per lui e di punizione negativa quando al soggetto viene tolto uno stimolo appetitivo, per lui.

Il rinforzo, al contrario, è un processo attraverso il quale uno stimolo aumenta la probabilità che un comportamento, precedentemente messo in atto, possa essere ripetuto. Anche in questo caso si parla di rinforzo positivo quando alla persona si aggiunge uno stimolo appetitivo, per lei e di rinforzo negativo quando le si toglie uno stimolo avversivo, per lei. 

L’indifferenza (il cui termine tecnico è “estinzione”) è un processo attraverso il quale il comportamento di un soggetto viene ripetutamente ignorato e ne consegue una sua estinzione.

Duoglas e Kanter, nel loro capitolo, incrociando i tassi di utilizzo di questi tre processi all’interno degli stili educativi promossi dai genitori, hanno identificato nove stili di attaccamento e i conseguenti probabili comportamenti nella relazione di coppia futura. 

 

Due stili di attaccamento sicuri: l’impatto dell’indifferenza sulle relazioni future

 

Al di là delle specifiche sugli stili di attaccamento proposti, quello che ha catturato la mia attenzione e che vorrei proporvi nella successiva riflessione è la presenza di due stili di attaccamento sicuri che mostrano le stesse caratteristiche nella relazione con i genitori, ma conducano a potenziali differenti risvolti nella relazione di coppia futura. A fare la differenza tra questi due stili è proprio il tasso di indifferenza promosso (perdonate il bisticcio di parole!).

Infatti, gli autori mostrano che a parità di contesto familiare, caratterizzato da calore e accoglienza, la presenza di un tasso moderato di indifferenza, insieme a rinforzo elevato e punizione scarsa, aiuti le persone ad avere maggiori probabilità di formare future relazioni sentimentali sane.  Le persone in questo caso sono allenate a tollerare meglio periodi di disattenzione da parte dei loro partner e affrontare i momenti in cui le loro richieste di vicinanza/accudimento, solitamente soddisfatte, possano essere ignorate. 

Quando invece l’indifferenza è scarsa, nonostante la presenza di rinforzo elevato e punizione scarsa, le persone potrebbero mostrare una forma di attaccamento positiva, ma con una bassa tolleranza verso partner distratti, e interrompere la ricerca di accudimento/vicinanza, tanto da arrivare a chiudere le relazioni vissute come non adeguatamente responsive. 

Si deduce, quindi, che promuovere indifferenza da parte delle figure di accudimento, espressa in un clima caldo e amorevole, prepari i figli a stare in modo più utile e funzionale con la frustrazione di non essere costantemente al centro del mirino delle azioni genitoriali e dei futuri partner.

 

Indifferenza educativa e crescita. Siamo disponibili a mollare la presa educativa?

 

Punizione e rinforzo, per quanto considerati processi fondamentali e protagonisti per la crescita e lo sviluppo, è importante ricordare che sono processi attivanti poiché, in entrambi i casi, sia che i comportamenti vengano rinforzati sia che vengano  puniti, essi sono posti sotto il mirino del processo attentivo. Questo tipo di attivazione può essere paragonato a delle “montagne russe”: l’alternanza tra punizione e rinforzo potrebbe generare una costante tensione dovuta al fatto che i ragazzi si trovano costantemente sotto osservazione. Effetto ancora più marcato da una società che offre pochi momenti di calma e riflessione e tende a sovraccaricare i giovani con stimoli continui.

Proprio per evitare che i ragazzi vivano in uno stato di continua attenzione pressoria, è essenziale introdurre spazi di “indifferenza mirata” tra le fasi di rinforzo e punizione. Momenti che possono essere espressi con spazi di silenzio in cui si lascia loro la possibilità di prendersi cura delle loro esigenze e promuovere indirettamente autonomie utili alla crescita, spazi che si possono esprimere (come mi ha ricordato la mia collega di cui sopra, potersi fare la coda ai capelli, oppure attendere in fila, ecc…), anziché intervenire, rinforzando o punendo ogni loro azione. Tale modalità offrirebbe loro uno spazio vitale utile a costruire relazioni sane, senza pretesa di essere costantemente al centro dei pensieri e delle azioni delle persone significative, presenti e future. 

 

Tempo e spazio 

Nel lavoro e nella vita personale, sento molto parlare del tempo: quanto tempo abbiamo? Quanto tempo dedichiamo? Lamentiamo, spesso, di non avere abbastanza tempo o di non spenderlo in modo utile o come vorremmo.

In inglese, il tempo si esprime in termini di lunghezza: How long = per quanto tempo; A long time = molto tempo; A short time = per poco tempo e, anche grazie alla teoria della relatività di Albert Einstein, tempo e spazio vengono considerati spesso sinonimi o un unico concetto (concetto spazio-tempo). È davvero solo così?

Noi non spendiamo o dedichiamo solo tempo all’altro, ma occupiamo uno spazio nella nostra vita e in quella delle persone che incontriamo. È importante riconoscere che quando si parla di relazione si parla di spazio, in particolare, di spazio relazionale. Esiste uno spazio, sia intrapersonale  sia interpersonale, sul quale abbiamo margine di azione. Uno spazio prezioso per noi.

Rimanendo qua, proveremo a muoverci un po’. L’Acceptance and Commitment Therapy (ACT; Hayes, Strosahl e Wilson, 1998), come altre teorie funzionali contestuali del comportamento, rimanda al fatto che noi non abbiamo controllo su molti aspetti della nostra esistenza.  Ricordiamo qui, in particolare, la mancanza di controllo che abbiamo sugli eventi interni (pensieri, emozioni e sensazioni fisiche che si manifestano indipendentemente dalla nostra volontà) e sugli altri. Infatti, per quanto ci affanniamo nelle nostre giornate nel tentativo di portare avanti le nostre ragioni e le nostre idee, le persone fanno, e faranno, il meglio che potranno, con le risorse a disposizione, in relazione al contesto in essere e alla loro storia di apprendimento, spesso in modo differente da come faremmo noi. Questo vale per tutti, anche per le persone a noi più care e vicine con le quali, proprio in quei momenti, facciamo più fatica.

Il punto è che nella relazione con il prossimo, noi, non possiamo “toccare” l’altro e fargli fare esattamente quello che vorremmo, anche quando è nel suo interesse. Se fortunati, lo possiamo solo “sfiorare”, perché non abbiamo controllo diretto sul comportamento dell’altro; ma (ed è un bel “ma”) quello che portiamo nello spazio della relazione rimane in questo prezioso spazio relazionale. 

Questa è la scelta che abbiamo: cosa portare nella relazione? Quale atteggiamento avere nella relazione? Quali qualità coltivare in questo spazio relazionale che ci è concesso e, del quale, siamo responsabili, soprattutto quando dall’altra parte c’è un minore che ha bisogno di noi per crescere, maturare e svilupparsi? 

 

Riflettendo ad ampio raggio sullo studio di Woods e Kanter, ritengo sia possibile dare valore alla possibilità di coltivare anche un po’ di indifferenza nella relazione con le persone che stanno crescendo e formandosi sotto i nostri occhi, così da garantire loro maggiori spazi di autonomia utili alla crescita, anziché accompagnarli dal sentirsi costantemente attenzionati in ogni loro azione.  Punizione e rinforzo, per quanto processi utili e usati in ambito educativo, producono una potente attivazione, spesso paragonabile alle montagne russe, soprattutto quando uniti agli stimoli offerti dalla società caratterizzata dalla poca presenza di spazi per la riflessione e la calma. Rinforzo e punizione, si ritiene assolvano al meglio le loro funzioni educative,  quando intervallati da spazi mirati di indifferenza, così da evitare che i nostri ragazzi crescano sulle montagne russe. 

 

Agnese Novelli, Psicologa e psicoterapeuta.

Specializzata in psicoterapia cognitivo comportamentale presso ASCCO di Parma dove ha conosciuto l’Acceptance and Commitment Therapy – ACT e la Mindfulness, verso le quali ha mostrato fin dall’inizio interesse e curiosità. Dal 2018 è membro del direttivo di ACT ITALIA e membro dell’équipe Leaves – Psicologia Applicata. I principali ambiti di intervento come libera professionista presso lo Studio Leaves di Reggio Emilia sono: percorsi educativi e clinici rivolti ad adolescenti e adulti: formazione e sostegno in ambito scolastico; percorsi clinici per persone con disturbi d’ansia e dell’umore.