#CartoonACT: quando la rabbia accende il fuoco

di Susanna Linetti, psicologa clinica e psicoterapeuta in formazione presso la Scuola di Specializzazione in psicoterapia “Humanitas” di Milano 

 

 

Nei precedenti articoli, abbiamo esplorato l’importanza di riconoscere e contattare le emozioni, anche quando sono difficili da accettare. Spesso, infatti, le emozioni ci parlano di qualcosa di importante,  anche se non siamo pronti ad ascoltarle. 

In questo articolo analizzeremo il film di animazione Elemental  e vedremo come la rabbia, spesso percepita come un’emozione negativa, possa diventare una guida verso ciò che conta davvero. Con uno sguardo ispirato all’Acceptance and Commitment Therapy (ACT), scopriremo quanto può essere importante lasciar parlare la parte di noi più consapevole e orientarci verso i valori della nostra vita.

 

Elemental: quando la rabbia vuole dirci qualcosa

 

Siamo giunti verso la fine di questo nostro piccolo viaggio nel mondo dei film di animazione: abbiamo visto l’importanza di saper ascoltare tutte le emozioni che proviamo, piacevoli o spiacevoli che siano, per orientarci verso una vita più autentica e significativa. 

A tal proposito, vorrei soffermarmi su un ultimo film della Pixar uscito nel 2023, probabilmente non noto come le precedenti produzioni: Elemental. 

Ambientato in una metropoli immaginaria, Element City, il film racconta la convivenza tra i quattro elementi naturali: fuoco, acqua, terra e aria, ciascuno rappresentato da una comunità distinta.

Fin dalle prime scene, notiamo come il fuoco sia considerato pericoloso e venga emarginato, costretto a vivere ai margini della città. I personaggi “di fuoco”, tra cui la protagonista Ember, hanno costruito una comunità separata, esclusa dalla vita cittadina.

Ember ha impostato la sua vita su un unico obiettivo: rilevare il negozio di famiglia, in segno di gratitudine verso i genitori che hanno sacrificato tutto per offrirle una vita migliore. Attraverso varie vicende e l’incontro con Wade, che ha come elemento l’acqua, scopre che quello non è il suo sogno, ma è il frutto di aspettative familiari. 

 

Dar voce a ciò che non vogliamo sentire

Nel corso della storia, notiamo che Ember ha degli scoppi di rabbia improvvisi, scatenati dall’interazione con i clienti. Queste reazioni, apparentemente fuori controllo, mettono a rischio l’attività di famiglia.

Tali scoppi di ira sono anche il motivo per cui il padre di Ember ha aspettato tanto tempo prima di affidarle in completa autonomia la gestione del negozio.

“Fa un respiro e crea un contatto: quando ci riuscirai senza perdere la calma, tu sarai pronta per gestire il negozio” le dice il padre.

Nel corso del film, vediamo come la protagonista si impegna a seguire i consigli del padre e a concentrarsi sulla performance per raggiungere il suo obiettivo. Tuttavia, la rabbia non si placa, anzi diventa sempre più difficile da gestire e si ritrova a colpevolizzarsi e a sentirsi sbagliata, in un circolo vizioso che alimenta ulteriore sofferenza.

 

Wade: un amico compassionevole

Un momento importante del film è sicuramente l’incontro con Wade, un ispettore urbano, molto empatico e compassionevole: è capace di offrire uno spazio sicuro di ascolto senza giudizio.

È l’amico che aiuta Ember a salvare il negozio del padre dalla chiusura e le permette di osservare la sua rabbia con uno sguardo nuovo.

“Quando perdo la calma penso che sia solo io che cerco di dirmi qualcosa che non sono pronto a sentire”, afferma consapevolmente.

Wade rappresenta quella parte di noi più accogliente e presente, capace di accompagnarci nel riconoscere le nostre emozioni, anche quando sembrano troppo forti o ingestibili.

Inoltre, Wade è anche in grado di far vivere nuove esperienze a Ember che le permettono di staccarsi dalla sua routine e sperimentare nuove emozioni, al punto da farla piangere per la prima volta nella sua vita. Ember finalmente contatto con il proprio desiderio: non gestire il negozio, ma creare con il vetro.

 

Elemental: una guida per genitori

 

Elemental può essere una guida sia per i genitori che per i figli perché mostra come la rabbia non sia sempre “un nemico” da reprimere o da togliere dal nostro ventaglio di emozioni; bensì un segnale da ascoltare, un campanello d’allarme che può dirci qualcosa. Può capitare sia ai genitori che ai figli di provare fatica nella gestione della rabbia, magari ignorandola fino al limite o guidati da idee rigide. Grazie a questa produzione, i genitori con i propri figli possono fermarsi e ascoltare che cosa sta comunicando la loro rabbia. 

Altro spunto importante che ci dona questo film è l’importanza data dalla figura di Wade, che può essere visto come la parte di noi più gentile e compassionevole: ci permette di calmarci e notare tutto ciò che proviamo e viviamo senza giudizio. Come accade nel film, all’inizio potremmo tendere ad allontanare o considerare “debole” questa parte di noi, ma poi si rivela fondamentale per guidarci verso ciò che è importante per ognuno di noi. 

Comportamenti come arrabbiarsi o piangere non ci rendono sbagliati o deboli: sono espressioni naturali dell’esperienza umana. Dare ascolto alla nostra parte più compassionevole ci aiuta a riconoscere quando qualcosa nella nostra vita non funziona più e ci apre alla possibilità di cambiarla, in direzione di ciò che conta davvero.

 

Per approfondire

 

Anchisi R., Moderato P., Pergolizzi F. (2017) “Roots and Leaves: radici e sviluppi contestualisti in terapia comportamentale e cognitiva” FrancoAngeli

 

Bruschi B., Parola A. (2013) “Un dialogo sul cinema di animazione” tratto da “Paesaggi digitali: i futuri educatori tra formazione e nuovi linguaggi” Aracne

 

Gallina B. (2023) “Animazione per chi? L’animazione tra storia, stereotipi e possibilità”

 

Harris R. (2020) “Fare ACT”: una guida pratica per professionisti all’ Acceptance and Commitment Therapy” FrancoAngeli

 

Motta D. (2020) “La lingua del cinema italiano di animazione” Lingue e Culture dei Media, 4 (1), 27-40

 

Dott.ssa Susanna Linetti

Psicologa clinica, laureata presso l’Università degli studi di Bergamo, psicoterapeuta in formazione presso la Scuola di Specializzazione in Psicoterapia “Humanitas” di Milano. Mi occupo prevalentemente di autismo, lavorando come terapista ABA. Nel corso della mia formazione, ho maturato un particolare interesse per la self compassion come modello terapeutico e per le sue applicazioni cliniche