Locus of Control, Self-Compassion e Valori: come bilanciare il controllo e crescere nelle sfide
di Benedetta Ceci, psicologa, specializzanda in psicoterapia presso la scuola cognitivo comportamentale ASCCO di Parma
Quando riceviamo un giudizio positivo o negativo su una nostra prestazione o un nostro comportamento, la nostra reazione non è sempre la stessa. A volte attribuiamo la causa alla fortuna/sfortuna o alla facilità/difficoltà del compito (locus of control esterno), mentre altre ci assumiamo completamente la responsabilità (locus of control interno).
Questi due meccanismi, di per sé, non sono né giusti né sbagliati, ma saperli applicare nel contesto appropriato può fare la differenza. La percezione del controllo che abbiamo sul risultato finale influenza il nostro rendimento e il modo in cui affrontiamo un giudizio, che si tratti dell’ambiente scolastico o lavorativo.
Cos’è il Locus of control?
Il locus of control riguarda il modo in cui tendiamo a interpretare ciò che ci accade intorno a noi. Avere un locus of control interno significa pensare che i risultati dipendono principalmente dalle nostre azioni, impegno o capacità. Al contrario, quando tendiamo ad avere un locus of control esterno crediamo che tutto sia dovuto alla fortuna, al caso o a fattori fuori dal nostro controllo. Trovare un equilibrio tra questi due stili è importante: sentirsi sempre responsabili di tutto può portare a stress e frustrazione, mentre attribuire sempre le cause all’esterno rischia di farci sentire impotenti.
Ad esempio, dopo un brutto voto a un esame, una persona che sta utilizzando un locus of control interno penserà di non aver studiato abbastanza, mentre una con un locus of control esterno darà la colpa a domande troppo difficili. Un equilibrio tra i due permette di affrontare meglio successi e difficoltà, mantenendo motivazione e fiducia in sé stessi.
Il rischio dell’etichettamento
Quando costruiamo l’idea che abbiamo di noi stessi, gli aggettivi che scegliamo – o che gli altri scelgono per noi – hanno un peso importante sulla nostra identità e sulla percezione che abbiamo di noi stessi. Allo stesso modo, anche il nostro stile attributivo gioca un ruolo cruciale. Questo può aiutarci, da una parte, a vedere ciò che ci accade o ci viene detto come qualcosa che non rientra nella nostra sfera di controllo (stile attributivo esterno), oppure, dall’altra, a riconoscerci e attribuirci la responsabilità di quanto accaduto (stile attributivo interno). Un esempio semplice? Pensiamo a come una persona reagisce a un bel voto: c’è chi, fiero del proprio impegno, si attribuisce tutto il merito e rafforza dentro di sé l’etichetta di “studente bravo, capace, all’altezza”; e c’è chi, invece, attribuisce tutto alla fortuna o alla facilità della prova, continuando a nutrire l’etichetta di “cattivo studente, non all’altezza”. Se questo accade con qualcosa di positivo, come un bel voto o un complimento, possiamo facilmente immaginare quanto possa essere ancora più impattante uno stile attributivo sbilanciato di fronte a situazioni negative.
Quando qualcosa non va come vorremmo, o si intreccia con le nostre insicurezze più profonde, rischiamo di rafforzare le etichette che ci siamo dati – o che altri ci hanno attribuito. Questo può portarci a vedere gli ostacoli o le difficoltà come una conferma di una visione negativa e rigida di noi stessi, rendendo più complesso trovare un equilibrio tra ciò che possiamo davvero controllare e ciò che, invece, dipende da fattori esterni.
Rendimento e rapporto con il giudizio
Rendimento, benessere e rapporto con il giudizio si influenzano reciprocamente, modulati dal locus of control, e insieme contribuiscono a determinare l’esperienza soggettiva degli individui in contesti scolastici e lavorativi. La percezione della valutazione, intesa come giudizio esterno sul proprio operato, gioca un ruolo fondamentale in questo equilibrio, influenzando non solo il livello di performance ma anche la motivazione e il benessere psicologico.
Si può notare come un locus of control interno sia correlato con un atteggiamento più proattivo e una maggiore motivazione intrinseca. Quando gli individui utilizzano questo stile tendono a considerare la valutazione non come un mero voto o giudizio di valore personale, ma come uno strumento per migliorarsi, per incentivarsi all’impegno e aumentare il rendimento.
Al contrario, un locus of control esterno può favorire un rapporto problematico con la valutazione. In questi casi, la percezione del giudizio come qualcosa di definitivo e non negoziabile può generare un senso di impotenza appresa, minando la motivazione e contribuendo a un abbassamento delle prestazioni.
Il legame tra valutazione, rendimento e benessere si manifesta anche nel modo in cui viviamo l’esperienza scolastica e lavorativa, ovvero nella “storia di vita” che costruiamo su noi stessi. Un sistema valutativo che enfatizza esclusivamente il raggiungimento di determinati standard senza valorizzare il processo (apprendimento) può incentivare una mentalità orientata alla performance, dove il valore personale è legato solamente ai risultati ottenuti. In questo contesto, il pensiero che “Io sono una persona di valore, adeguata, solo se raggiungo la performance desiderata” può paradossalmente ostacolare i risultati stessi. Tendiamo a considerare i pensieri che ci attraversano come verità assolute su di noi, sugli altri e sul mondo e quando siamo estremamente attaccati a questa definizione su noi stessi – “solo se raggiungo risultati valgo” – non riusciamo a vedere la possibilità di miglioramento e cambiamento, rimanendo bloccati in una visione limitata di noi stessi.
Viceversa, un ambiente che promuove la valutazione come supporto all’apprendimento e alla crescita, favorisce una maggiore motivazione intrinseca, una percezione del giudizio meno minacciosa e, di conseguenza, un miglior rendimento e benessere psicologico. Infatti, quando un individuo opera in un contesto che considera non minaccioso, ha pieno accesso alle proprie risorse cognitive e creative.In questo caso, la valutazione non è vista come un giudizio definitivo sul Sé, ma come un’opportunità di crescita e sviluppo. Ciò permette di vedere se stessi non come il risultato di un singolo successo o fallimento, ma come un contesto in evoluzione, dove le esperienze, le difficoltà e i miglioramenti sono alcune parti della nostra intera esperienza.
Un’alleata preziosa: la Self Compassion
Non sempre, però, siamo consapevoli del tipo di locus of control che adottiamo nelle nostre esperienze quotidiane. Spesso, questi schemi attributivi si radicano in noi fin dall’infanzia e operano in modo automatico, cercando costantemente conferme nella nostra realtà. Questo può renderli difficili da riconoscere e, di conseguenza, da modificare. Quando il nostro locus of control è rigidamente orientato verso spiegazioni disfunzionali—ad esempio, attribuendo ogni errore esclusivamente a una nostra presunta inadeguatezza o, al contrario, percependo di non avere alcun controllo sugli eventi—possiamo sperimentare un senso di impotenza, frustrazione e autocritica. In questi casi, sviluppare strategie per mitigare gli effetti negativi di uno stile attributivo disfunzionale, automatico, frutto della nostra storia di apprendimento, può rappresentare una risorsa preziosa.
È in questo contesto che entra in gioco la self-compassion, ovvero la capacità di prendersi cura di sé con gentilezza e comprensione, soprattutto nei momenti di difficoltà. Lontana dall’essere un semplice atteggiamento di indulgenza, la self-compassion permette di instaurare un dialogo interno costruttivo, creando una valida alternativa all’autocritica e favorendo una maggiore apertura all’apprendimento e al cambiamento.
All’interno della Acceptance and Commitment Therapy (ACT), la self-compassion è strettamente legata allo sviluppo della flessibilità psicologica, ovvero la capacità di adattarsi in modo efficace alle circostanze, senza rimanere bloccati da pensieri rigidi o disfunzionali.
Processi come accettazione, defusione, sé come contesto e self-compassion, possono essere allenati e potenziati per gestire meglio i momenti di difficoltà. Ad esempio, quando si riceve un brutto voto e si tende a pensare di non essere abbastanza intelligenti, oppure quando, in ambito lavorativo, un progetto non viene accettato e si è portati a credere che il fallimento sia una prova della propria incompetenza. Attraverso la self-compassion e i processi ACT della flessibilità psicologica, è possibile modificare il rapporto con queste esperienze dolorose e fallimentari, facendo spazio a questi sentimenti e imparando a vedere queste esperienze e questi sentimenti come parte della propria esperienza, piuttosto che come conferme di una presunta inadeguatezza.
Mettiamola in pratica: esercizio esperienziale
Prendi un foglio e rispondi a queste domande. Come conforti un amico in difficoltà? Scrivi cosa fai, cosa dici e il tono che usi. Ora pensa a quando sei tu a stare male: come ti tratti? Noti delle differenze? Se sì, chiediti perché e cosa cambierebbe se iniziassi a parlarti con la stessa gentilezza e comprensione che riservi a un amico. Perché non provare e vedere cosa succede?
Risultati vs Valori
I valori importanti della nostra vita sono la nostra bussola: indicano la direzione in cui vogliamo muoverci e ci aiutano a rimanere nella strada giusta, anche nei momenti di difficoltà.
Mentre cerchiamo di affrontare le sfide e i momenti complessi, la self-compassion ci consente di allinearci ai nostri valori, evitando di rimanere bloccati nell’autocritica o nella vergogna. Avere chiari i propri valori, ad esempio la curiosità di imparare cose nuove oppure il crescere e l’apprendere attraverso il naturale processo di prove ed errori, ci permette di vedere un evento avverso – come un brutto voto o un progetto rifiutato – non più come una sentenza definitiva su noi stessi, ma come una tappa del percorso. Mentre gli obiettivi e i risultati rappresentano qualcosa che vogliamo raggiungere o completare, i valori sono la direzione lungo la quale vogliamo muoverci. I valori non sono giudizi morali, ma sono ciò che conta davvero per noi: sono percorsi scelti e significativi che ci orientano nella vita e ci motivano ad affrontare sfide difficili. In questo modo, notando di aver posto il nostro focus dal risultato immediato possiamo spostarlo verso l’aderenza ai nostri valori, così che anche le difficoltà possono diventare occasioni di crescita, piuttosto che fallimenti da evitare.
Una metafora per capire
Immagina di avere un giardino: il locus of control è il modo in cui ti prendi cura delle piante. Se stai utilizzando un locus of control interno, pensi che basti annaffiare e curare le piante perchè queste crescano, sentendoti onnipotente; se è esterno, pensi che tutto dipenda dal tempo o da circostanze fuori dal tuo controllo, sentendoti impotente. Muoverti flessibilmente tra questi due poli può aiutarti a notare che ogni pianta ha i suoi tempi di crescita e che le condizioni atmosferiche non dipendono da te e dal tuo impegno. Attivando la self-compassion puoi rivolgerti a te stesso con gentilezza, accettando che a volte le condizioni atmosferiche non sono di supporto o le piante non germogliano quando vorremmo. I valori sono le direzioni verso le quali ti muovi, nel coltivare il tuo giardino: la pazienza, l’ottimismo, il rispetto, la cura, sono alcune delle qualità che innaffi e nutri. E puoi farlo anche quando piove o c’è siccità, perché in quei momenti, proprio come nelle difficoltà della vita, puoi continuare a prenderti cura del tuo giardino e muoverti verso quello che per te è importante.
Per approfondire
Batini, F., & Martina, G. (2020). Gli effetti della valutazione formativa sull’apprendimento nella scuola primaria. Pedagogia più didattica, 6(2), 78.
Scierri, I. D., Viola, M., & Capperucci, D. (2023). Gli effetti di una valutazione come apprendimento sullo sviluppo del giudizio valutativo e sull’autoefficacia degli studenti: una esperienza nella scuola primaria. Q-TIMES WEBMAGAZINE, 15, 290-305.
Neff, K. (2019). La self-compassion: Il potere dell’essere gentili con se stessi. FrancoAngeli.
https://self-compassion.org/exercises/