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Il suicidio secondo l’Acceptance and Commitment Therapy (ACT)

di Alberto Misitano, laureato in Psicologia Clinica presso la Sigmund Freud University di Milano

 

“Suicide is more about ending the pain than wanting to die”

(O’Connor, 2021, p. 65)

 

Sono quasi 6000 le richieste d’aiuto relative al suicidio arrivate nel 2022 a Telefono Amico Italia: il 55% in più rispetto al 2020, col 28% giunto da persone sotto i 26 anni (Telefono Amico Italia, 2023). Nel mondo, il suicidio è la causa di morte di circa ottocentomila persone all’anno, specialmente tra i 15 e i 29 anni; oltretutto, per ogni morte per suicidio, vengono registrati almeno 20 tentativi non letali (WHO, 2023). Il quadro è drammatico.

Vista la gravità del fenomeno, numerose ricerche hanno cercato di chiarirne gli aspetti; tuttavia, mancano ancora conclusioni definitive per quanto riguarda definizioni, biologia, fattori di rischio o prevenzione (Pompili, 2022). Sono quindi necessari ancora tanti sforzi per migliorare la nostra comprensione del fenomeno.

L’Acceptance and Commitment Therapy (ACT) offre una descrizione del fenomeno suicidario (Barnes et al., 2017, 2021) molto utile per diversi aspetti. Vediamo quali.

 

L’Acceptance and Commitment Therapy (ACT)

L’Acceptance and Commitment Therapy (ACT) è un trattamento psicoterapeutico dimostratosi efficace nell’affrontare diversi aspetti della sofferenza umana in ambiti clinici (come dolore cronico, ansia e depressione) e non clinici (come i contesti scolastici e lavorativi). L’ACT adotta un particolare modello per spiegare la sofferenza: il Modello della Flessibilità Psicologica, che pone sei processi alla base della sofferenza psicologica: 

  1. Evitamento esperienziale: tendenza a ridurre l’intensità o eliminare del tutto pensieri, emozioni o sensazioni dolorose;
  2. Fusione cognitiva: tendenza a prendere i contenuti dei pensieri come “dati di fatto” che segnalano aspetti negativi di noi stessi;
  3. Sé come contenuto: iper-identificazione con storie e/o etichette che attribuiamo a noi stessi;
  4. Mancanza di contatto col momento presente: tendenza a fare le cose “in automatico”, senza prestare molta attenzione a ciò che avviene fuori e dentro di noi;
  5. Mancanza di contatto coi propri valori: tendenza a perdere di vista ciò che conta, focalizzandosi su aspetti utili solo nel breve termine (come eliminare la sofferenza);
  6. Azione controvaloriale: tendenza a essere distolti da ciò che più conta a causa di emozioni ed esperienze spiacevoli, bloccando progetti e non agendo come si vorrebbe davvero.

 

Rappresentazione grafica dei sei processi che costituiscono l’inflessibilità psicologica. Riadattata da Hayes, S.C., Luoma, J.B., Bond, F.W., Mausda, A., e Lillis, J. (2006). Acceptance and Commitment Therapy: Model, processes and outcomes. Behaviour Research and Therapy, 44, 1-25. https://doi.org/10.1016/j.brat.2005.06.006 

 

Questi processi vengono raccolti sotto l’espressione “inflessibilità psicologica”. Così formulati possono spiegare diverse aree della sofferenza umana. Inoltre, questi processi non sono associati a diagnosi specifiche, permettendo così di non ridurre in maniera semplicistica e frettolosa la sofferenza sotto etichette “da manuale”. Questo è importante poiché, sebbene una diagnosi (come depressione, disturbo borderline di personalità, disturbo da stress post-traumatico o disturbi alimentari) sia legata a un aumento del rischio, non tutte le persone che tentano di togliersi la vita sono diagnosticabili con un disturbo mentale. Per questo motivo, diversi autori riconducono pensieri e comportamenti suicidari a una condizione di interesse clinico a sé stante (Obegi, 2021). 

Infatti, pensieri e comportamenti suicidari sono più in generale riconducibili a una macro-categoria di strategie che alcune persone mettono in atto per gestire situazioni di sofferenza acuta, derivate ad esempio da problemi finanziari, solitudine e insoddisfazione verso la propria vita sociale/sentimentale, o esperienze negative nel mondo del lavoro. Vediamo quindi come il Modello descrive il fenomeno suicidario.

La concettualizzazione ACT del fenomeno suicidario

Ciascuno dei processi descritti è utilizzabile per descrivere il fenomeno suicidario (Barnes et al., 2017, 2021). Nello specifico:

  1. Evitamento esperienziale: i comportamenti suicidari sono la forma più estrema di evitamento di una sofferenza percepita come intollerabile, interminabile e inevitabile;
  2. Fusione cognitiva: pensieri suicidari, disperazione o altri pensieri negativi vengono considerati dati di fatto e guidano il comportamento in maniera rigida;
  3. Sé come contenuto: gli individui a rischio di suicidio tendono a identificarsi troppo con la visione giudicante e criticante che hanno di se stessi; questo, a sua volta, aumenta il rischio di comportamenti suicidari come mezzo per eliminarle;
  4. Mancanza di contatto col momento presente: le persone a rischio di suicidio spesso rimangono ancorate al passato e/o si preoccupano eccessivamente del futuro. Questa consapevolezza ristretta riduce la speranza per il futuro e rende difficoltoso individuare soluzioni alternative al suicidio nei momenti di maggior sofferenza;
  5. Mancanza di contatto coi propri valori: le persone a rischio di suicidio si lasciano coinvolgere da obiettivi orientati all’evitamento della sofferenza, mentre la capacità di considerare obiettivi a lungo termine è ridotta o assente. Ciò si traduce in minori opportunità di sperimentare il significato e lo scopo della vita;
  6. Azione controvaloriale: invece di agire guidati dai propri valori, le persone a rischio di suicidio sono maggiormente orientate dal desiderio di ottenere un sollievo immediato dal dolore e dalla sofferenza.

Conclusioni

 

Momenti di intensa sofferenza possono capitare a tutti noi, e pensieri e comportamenti suicidari sono descrivibili come un mezzo estremo attraverso cui alcune persone cercano di porre fine a un dolore sentito come intollerabile e senza fine. A volte il dolore è così insopportabile che è come essere in una casa che va a fuoco: ci sono fiamme dappertutto, intorno alla porta che è l’unica via d’uscita. L’impulso è quello di ritirarsi in casa, cercando di trovare un posto sicuro, anche se questo non permette di vivere la vita che si vorrebbe. Bisogna trovare il coraggio di attraversare le fiamme sul davanti della casa, le fiamme intorno alla porta. Poi si può arrivare dall’altra parte. Dovete attraversare la rabbia, continuare ad attraversare il dolore. Non è detto che da un giorno all’altro ci si sentirà meglio. Ma ci può riuscire (adattata da Linehan, 2021). Non è mai una vergogna chiedere aiuto: alleviare la sofferenza e coltivare una vita degna di essere vissuta è possibile.

 

Se pensi di riconoscerti in alcune caratteristiche descritte in questo articolo o conosci qualcuno che le rispecchia, ti invitiamo a rivolgerti a specialisti nell’ambito della salute mentale, come i terapeuti del nostro Centro, o a chiamare numeri verdi dedicati al supporto durante le crisi, come: 

  • Telefono Amico Italia raggiungibili al numero fisso +02 23272327, all’indirizzo e-mail mail@micaTAI, o al numero di cellulare/contatto WhatsApp 3240117252  – per maggiori info: https://www.telefonoamico.it/.  
  • Samaritans Onlus raggiungibili al numero +06 77208977 – per maggiori info: http://www.samaritansonlus.org/.
  • Numero di Emergenza Nazionale: 112.

 

Altrimenti, se sei già seguito da professionisti della salute mentale, ti invitiamo a non trascurare i segnali di sofferenza e a parlarne, così da trovare possibili soluzioni per il tuo malessere. Chiedere aiuto e affrontare apertamente i momenti di sofferenza è importante e non è mai un segno di debolezza. Proprio in momenti come questi è importante ricordare che non si è soli e che un aiuto è possibile.

 

Per approfondire

Barnes, S.M., Borges, L.M., Smith, G.P., Walser, R.D., Forster, J.E., & Bahraini, N.H. (2021). Acceptance and Commitment Therapy to Promote Recovery from suicidal crises: A Randomized Controlled Acceptability and Feasibility Trial of ACT for life. Journal of Contextual Behavioral Science, 20, 35–45. https://doi.org/10.1016/j.jcbs.2021.02.003

Barnes, S.M., Smith, G.P., Monteith, L.L., Gerber, H., & Bahraini, N.H. (2017). ACT for Life: Using Acceptance and Commitment Therapy to Understand and Prevent Suicide. In U. Kumar (Ed.), Handbook of Suicidal Behaviour (2nd ed.). Springer.

Linehan, M. M. (2021). Una vita degna di essere vissuta. Raffaello Cortina Editore

Moderato, P., Presti, G., & Dell’Orco, F. (2020). ACT: Acceptance and Commitment Therapy. Editore Hogrefe

O’Connor, R.C. (2021). When it is darkest: Why people die by suicide and what we can do to prevent it. Ebury Publishing.

Obegi, J. H. (2021) Is suicidality a mental disorder? Applying DSM-5 guidelines for new diagnoses. Death Studies, 45(8), 638-650, https://doi.org/10.1080/07481187.2019.1671546 

Pompili, M. (2022). Il rischio di suicidio. Valutazione e gestione. Raffaello Cortina Editore.

World Health Organization [WHO]. (2023, 28 agosto). Suicide. https://www.who.int/news-room/fact-sheets/detail/suicide

 

Alberto Misitano, laureato in Psicologia Clinica presso la Sigmund Freud University di Milano con una tesi sulla relazione tra inflessibilità psicologica e suicidalità. I miei interessi clinici e di ricerca principali comprendono il ruolo degli eventi traumatici nello sviluppo della psicopatologia, i comportamenti autolesivi e il rischio di suicidio.