Cinque credenze che ostacolano la terapia e il cambiamento: come l’ACT aiuta le persone e superarle
di Marta Schweiger, Ph.D, psicologa e psicoterapeuta
Come psicoterapeuta mi sono spesso chiesta perché nel percorso della terapia alcune persone si blocchino meno e migliorino più rapidamente rispetto ad altre, indipendentemente dal tipo di sintomi e dal livello di malessere psicologico. La riposta è complessa e tuttora misteriosa per la scienza, ma un aspetto a mio avviso rilevante lo hanno alcune credenze con cui le persone – di tutte le età – arrivano in terapia.
In questo articolo pongo l’attenzione su cinque idee che molte delle persone con cui lavoro hanno all’inizio della terapia, pensieri apparentemente buoni o innocui che invece finiscono per impedire, ostacolare o rallentare un cambiamento.
Nell’articolo fornisco anche stimoli ed esempi di come l’Acceptance and Commitment Therapy (ACT) – attraverso l’uso di metafore e altre tecniche utili a riconoscere le idee a cui siamo ‘affezionati’ e l’effetto negativo che hanno sul nostro comportamento – aiuti le persone a lasciar andare queste credenze per procedere in maniera più fluida e veloce nel proprio percorso terapeutico.
1. “Devo capire cos’è prima di provare a farlo!”
L’Acceptance and Commitment Therapy è una terapia esperienziale: questo significa che propone esercizi ed esperimenti come occasioni pratiche per scoprire come funzionano i processi psicologici e allenarsi a modificarli. Lo stesso acronimo ACT sottolinea come l’azione sia il più efficace strumento di cambiamento e il fine ultimo della terapia.
È facile dunque immaginare come questa credenza sia una di quelle che ostacolano maggiormente le persone all’inizio della terapia. Prima di fare un esercizio la maggior parte delle e dei pazienti desidera una serie di chiarimenti come, ad esempio, conoscere la teoria che ci sta dietro e lo scopo per cui lo sta facendo; al tempo stesso ci tiene a dare alla terapeuta moltissime informazioni su di sé, sulle cose che gli sono successe nella vita e nell’ultima settimana. Se la psicologa asseconda questa idea passerà in questo modo la maggior parte della seduta e chissà se resterà tempo per fare l’esercizio!
Secondo l’ACT sposare il pensiero che è necessario capire tutto prima di agire diventa un ottimo modo per evitare di praticare e apprendere. Pensate come sarebbe andata se tutti i grandi nomi nella storia della scienza avessero atteso di comprendere a pieno i meccanismi che volevano studiare prima di fare i loro esperimenti! Sono stati in grado di fare le loro scoperte rivoluzionarie anche perché sono stati disposti a lasciare andare questa necessità e a tenere con sé le incertezze legata al non sapere mentre portavano avanti con curiosità e intelletto i loro esperimenti.
Fortunatamente durante una terapia ACT questo atteggiamento dei pazienti spesso cambia. “Marta oggi non sto neanche a raccontarteli i miei ultimi pensieri ossessivi, piuttosto facciamo un esercizio per allenarmi a gestirli?”. “Non lo so perché ma mi sono reso conto che in quella situazione mi incastro nelle mie emozioni e finisco per fare il contrario di ciò che vorrei veramente. Conosci una qualche pratica che mi può aiutare su questo?” Questi sono esempi di ragazze e ragazzi, adulte e adulti che si sono convertiti in sostenitori del buttarsi nell’esperienza, proprio come modo apprendere più efficacemente, fare collegamenti e in ultima analisi, comprendere pienamente.
2. “Sono fatta così, non ci riesco”
Nel mio lavoro clinico con l’Acceptance and Commitment Therapy ho imparato a guardare con grande curiosità quest’altra potenziale credenza che ostacola: il pensiero “sono fatta o fatto così” . Mi fermo sempre a osservare che funzione svolge quella credenza per quel paziente . A volte è esattamente quello che nell’ACT chiamiamo accettazione o apertura, la possibilità di accogliere la propria esperienza dolorosa e le proprie fragilità così come si presentano in quel momento. Quando il pensiero “sono fatta così!” svolge quella funzione si vede una persona in ascolto di se stessa e dell’altro, pronta a mettersi in discussione, e a provare cose nuove. E’ come se la paziente in questione si dicesse “mi voglio bene proprio come sono”. E da quella solida base amorevole è molto facile che inizi un cambiamento.
Devo ammettere che questo però accade in rari casi, nella maggior parte delle persone che incontro (e quando mi ritrovo a pensarlo di me stessa!) la credenza “sono fatta così!” svolge un ruolo completamente diverso. Direi che è una buona scusa per non impegnarsi in quegli sforzi che potrebbero migliorare la propria vita. E’ l’atteggiamento di chi si giudica e si incasella in base alla propria esperienza passata senza lasciarsi la possibilità di scoprire come stanno realmente le cose oggi, e in futuro.
“Sono timido, non troverò mai un fidanzato. D’altra parte … sono fatto così !” pensa un adolescente. “Dico sempre quello che penso a mio marito e alle mie figlie. Sono fatta così , sono una persona spontanea!” è il pensiero di una donna. Entrambe queste persone sono in terapia perché vogliono migliorare le loro relazioni e questa credenza è una delle prime da cui sganciarsi per poter andare davvero in quella direzione. Pensare “sono fatto così!” molto spesso funziona come un ostacolo se si vuole percorrere qualunque strada diversa da quella percorsa fino ad oggi in qualunque ambito della propria vita.
3. “Se lo faccio lo devo (o voglio a tutti i costi) fare bene!”
Diversi studio hanno misurato come il perfezionismo e la tendenza ad avere standard eccessivamente alti sono fattori trasversali nel malessere psicologico e probabilmente anche nella difficoltà a uscirne. Essendo io stessa una perfezionista (decisamente pentita, ma che spesso e volentieri ci ricasca), posso parlarne per esperienza diretta. Avete mai evitato di provare a fare una cosa nuova che vi interessava per paura di non riuscire bene come avreste desiderato? Vi è capitato di abbandonare un’attività per voi significativa dopo quello che agli occhi degli altri era un buon tentativo, ma che per voi non era assolutamente all’altezza? Allora forse questa credenza appartiene anche a voi come a me, e potete notare che effetto ha avuto e ha sul vostro apprendimento.
In una sessione di terapia ACT capita spesso di invitare le persone a fare una cosa per loro di valore, qualcosa di cui hanno bisogno, e che risulta loro difficile: ad esempio una donna molto dura con sé stessa potrebbe volersi rivolgere una parola gentile; per una ragazzo usualmente pigro e passivo potrebbe essere un’azione nuova di valore proporre e organizzare una gita per il suo gruppo di amici. Ed ecco che arriva un pensiero del tipo “non posso farlo, perché non sono bravo! Lo farei malissimo!” Se, come l’ACT insegna a fare, prendiamo le distanze da questo pensiero così caro a noi perfezionisti ci accorgiamo che nella realtà delle cose per fare qualcosa bene è inevitabilmente necessario prima farlo male .
Immaginiamoci sedute al cinema in attesa della proiezione dell’ultimo film del nostro regista preferito, già dichiarato dalla critica un capolavoro. E immaginiamo che al posto dei soliti trailer venga proiettato il primo video che quello stesso regista ha girato quando era bambino attraverso la videocamera del papà. E poi il cortometraggio che ha registrato ai primi anni della scuola di cinema. Li guarderemmo con affetto e stima, riconoscendo l’immenso valore che ha fare le cose in modo impreciso, goffo e inesperto. In poche parole considerarsi liberi di fare le cose male, per poter imparare a farle bene. A qualsiasi età.
4.“Esercitarsi ? Nooo, che imbarazzo!”
Quando paghiamo una seduta da una fisioterapista per un dolore a un arto che ci impedisce di muoverlo come desideriamo, ci aspettiamo che forse ci massaggerà la parte dolente ma siamo disposti anche a seguire le sue indicazioni per esercitare quel braccio o quella gamba, a muoverlo davanti ai suoi occhi, a riferirle cosa sentiamo, ad ascoltare le sue indicazioni e a riprovare. Addirittura potremmo pensare di rifare quell’esercizio da soli a casa (ma di questo parleremo nel prossimo punto)! Siamo motivate e disponibili a esercitare quella abilità bloccata, carente o che ci crea dolore. Ci sembra logico e normale farlo in quel contesto, ma quando ci spostiamo nel contesto della psicoterapia, le regole del gioco dal punto di vista del paziente sembrano cambiare.
Un terapeuta ACT chiede spesso alle e ai pazienti di provare a fare in seduta qualcosa che genera in loro dolore o la sensazione di essere bloccate o bloccati. E quel qualcosa possono essere molte cose diverse: dal pronunciare ad alta voce quel discorso che da tempo vogliono fare al loro capo e da tempo rimandano, al respirare con calma di fronte a quel ricordo spiacevole che quando arriva rende la loro giornata miserabile. Come terapeuta ACT lo propongo per avere l’occasione di osservare direttamente insieme cosa sta succedendo e per allenarci a fare qualcosa di nuovo e di diverso. Ma posso dirvi che inizialmente è davvero difficile ottenere la collaborazione delle persone! Quando chiedo quale sia l’ostacolo che impedisce loro di esercitarsi concretamente insieme a me, quello che più spesso emerge, fra i giovani e i meno giovani, è il pensiero “Sarebbe davvero strano e imbarazzante farlo!”.
Fortunatamente di solito basta una buona dose di pazienza e perseveranza: l’imbarazzo è il senso di straniamento sono sensazioni che si attenuano in fretta quando vengono sperimentate in un ambiente sicuro e accogliente; in aggiunta toccare con mano l’efficacia dell’esercitarsi in seduta aiuta le persone a mettere ulteriormente in dubbio la validità di quel pensiero. Ma se invece quella credenza resiste può essere davvero un grande ostacolo ad un reale miglioramento.
5.“Tutti i cambiamenti importanti avvengono nello spazio della seduta”
Temo purtroppo che di quest’ultima (ma non meno ostacolante!) credenza sia responsabile soprattutto la psicologia, o meglio un tipo di psicologia con radici e metodi diversi dall’approccio cognitivo-comportamentale e dall’Acceptance and Commitment Therapy. Nel modello ACT questa credenza funziona come un ostacolo, perché non è vera e non è utile.
Mi trovo tutte le settimane di fronte a varie persone che aspettano con ansia quell’unica ora della settimana in cui si svolge la terapia. Pensano che solo in quella stanza avverranno degli ‘insight‘ (o forse qualche magia ad opera del terapeuta) che cambieranno le loro vite al di fuori di quella stanza. L’effetto di questa credenza sul comportamento di queste persone è che fra una seduta e l’altra mettono in pausa il loro apprendimento e la loro crescita, non fanno gli esercizi che suggerisco, ma soprattutto non orientano la loro attenzione ai processi che stiamo affrontando in terapia e non sperimentano nulla di nuovo nelle relazioni e negli spazi di vita significativi per loro.
Chi non è guidata da questa credenza ma da una radicalmente diversa – che si potrebbe riassumere in “ Wow, quindi con l’ACT davvero posso fare terapia tutti i giorni pagando una sola seduta alla settimana!?” – sfrutta al massimo il colloquio e la relazione con me , ma è altrettanto attiva e orientata al lavoro terapeutico nel resto del tempo e dei contesti. Alla seduta successiva tipicamente ritorna portando tanto materiale prezioso per il nostro lavoro; a volte, grazie a momenti e interazioni particolarmente ‘terapeutici’ ha addirittura completato da sola lo step successivo che avevo pensato per lei. Ho notato che, non a caso, alcuni di questi pazienti ‘ultra rapidi’ grazie alla loro propensione ad allenarsi autonomamente, hanno un passato o un presente da sportivi, oppure sono fisioterapisti (che ho citato al punto precedente!)
Ma io che non ho mai praticato uno sport a livello agonistico ho comunque vissuto qualcosa di simile che potrebbe suonare familiare anche a voi. Nel mio lungo percorso di studi ho incontrato pessimi insegnanti e ottimi maestri, le loro lezioni e la relazione con loro hanno influenzato profondamente nel bene e nel male il mio apprendimento e le mie scelte. Ma non sono mai stata una di quelle studentesse a cui bastava ascoltare le lezioni per capire e ricordare tutto: avevo (e ho!) bisogno anche di prendere appunti, leggere, schematizzare, fare ripetere ad alta voce, fare prove ed esercizi. Ed è anche grazie all’impegno in queste azioni che ho completato con successo e nei tempi previsti i miei studi. Mi sembra che la stessa cosa valga per il processo di apprendimento in un percorso di psicoterapia: trovare un professionista preparato e appassionato può fare la differenza, ma perché scegliere di rinunciare alla grande parte di lavoro che si può fare in completa autonomia sotto la sua guida?
“Mhhh, forse hai ragione, ma non sono del tutto convinto”
Quest’ultima frase è infine il pensiero che molti dei miei pazienti hanno quando iniziano a mettere in dubbio le cinque credenze di cui sopra, è magari è anche ciò che stai pensando tu arrivato alla fine di questo articolo.
L’ACT non giudica una credenza come giusta o sbagliata di per sé, buona o cattiva a priori, ma piuttosto applica un criterio pragmatico, del tipo “Questo pensiero ti sta aiutando ad a mettere in atto quelle azioni che potrebbero avvicinarti a ciò che desideri e dà senso alla tua vita? O piuttosto sta funzionando per te come un ostacolo?”. Come terapeuta ACT mi importa poco di aver ragione, e non ho una risposta valida in ogni situazione, piuttosto con le conoscenze e gli strumenti del mio lavoro aiuto il paziente a trovarla.
Se ti riconosci particolarmente in uno o più di questi modi di pensare è probabile che si siano formati e consolidati perché effettivamente ti sono stati utili in passato in determinati contesti, ad esempio potrebbero averti protetto da situazioni di bullismo o violenza, ti hanno permesso di tenere un piede nella tua zona di comfort mentre la vita ti stava sfidando già troppo su altri fronti, sono serviti a motivarti di fronte a delle richieste che eccedevano le tue abilità e risorse di quel momento. Questo non significa che ti siano ancora oggi utili e in tutti i contesti, compreso quello della terapia!
Una terapia ACT può aiutarti a guardare qualunque credenza dalla distanza adeguata, quella in cui possiamo accorgerci che è solo uno degli infiniti modi di raccontare le cose e che è una nostra possibilità (e responsabilità) scegliere se crederci e lasciarci guidare da quel pensiero oppure no. Un percorso basato sull’Acceptance and Commitment Therapy può gentilmente portarci ad apprendere dall’esperienza del presente e attraverso di essa costruire pensieri nuovi e più utili per le persone che vogliamo essere domani