fbpx

Adolescenti e preadolescenti Internet – dipendenti?

di Agnese Novelli, psicologa e psicoterapeuta 

 

La maggior parte delle persone si alza al mattino e ha un’idea dei luoghi in cui andrà e delle cose che farà. Tutti noi nelle nostre giornate abbiamo un senso della destinazione e delle azioni quotidiane e questa è una buona cosa. 

 

Quando si parla di abitudini non si parla solo di azioni meramente meccaniche, poiché spesso sono connesse alle cose importanti per noi: molte delle nostre azioni quotidiane sono volte a prendersi cura delle persone che amiamo, alle quali vogliamo bene e alle cose importanti per noi. Ad esempio, nell’accompagnare i nostri cari da qualche parte, nel fare le faccende domestiche o nell’arrivare puntuali a destinazione, ci siamo noi che ci prendiamo cura dei nostri valori. 

 

Ciò nonostante, le abitudini hanno anche la tendenza ad anestetizzarci, perché non ci permettono di contattare le nostre sensazioni emotive, in particolare, quando queste ultime hanno un’intensità lieve e tale per cui alla domanda: “Come stai?” fatichiamo a rispondere. In questi momenti, è difficile riconoscere come stiamo, soprattutto quando siamo impegnati in attività routinarie. Il nostro fare d’abitudine non ci permette di riconoscere, né di familiarizzare con le sensazioni emotive che attraversano costantemente il nostro corpo. 

 

Come riportato nel libro “Paura di sentire. Come gestire il “pericolo” delle emozioni” di Michele Giannantonio, mente e corpo sono interconnessi e, in questo senso, le emozioni sembrano fungere da ponte tra le sensazioni che avvertiamo nel nostro corpo e i pensieri che attraversano la nostra mente. 

La mente ha dato un nome a queste sensazioni fisiche chiamandole “paura”, “ansia”, “felicità”, “tristezza”, ecc…ma il corpo non è in ansia, non è triste o felice; il corpo, suda, trema, vibra, si scalda, si blocca, sente il peso. Noi sentiamo le emozioni nel corpo, non con la mente. 

 

Noi ci sentiamo nel cambiamento, non nelle abitudini

 

Il nostro fare d’abitudine ci fa muovere nella stessa direzione tutti i giorni, o per la maggior parte di essi, e questo ci fa sperimentare tranquillità e sicurezza, e va bene, ma non basta, per la nostra vita non basta. Le emozioni sono un grande patrimonio dell’umanità e abbiamo bisogno di riconoscere e familiarizzare con il nostro corpo e con le nostre sensazioni emotive per vivere in modo pieno,  in connessione con i nostri bisogni e valorizzare le nostre azioni ordinarie. 

 

Noi contattiamo le nostre sensazioni emotive quando nella nostra vita accade qualcosa di “bello” o di “brutto” che porta un cambiamento. Possiamo affermare che ci “sentiamo” quando troviamo sbarrata la strada che percorriamo d’abitudine e, spesso, in quelle occasioni fatichiamo a stare con le sensazioni che ci attraversano, poiché non siamo allenati a farlo e, quando la loro intensità è particolarmente alta, reagiamo come meglio possiamo Ad esempio, possiamo ritrovarci a cercare di controllare il nostro stato d’animo e nel farlo, in alcune occasioni, ci complichiamo la vita.

 

Le abitudini fanno parte della nostra vita, spesso la descrivono e traggono la loro forza anche dall’essere considerate “normalità”. Che siano “buone” o “cattive” abitudini (ad esempio,  lavarsi i denti dopo ogni pasto o fumarsi una sigaretta dopo il caffè), esse divengono azioni quotidiane e si informano come “normalità” o “norma”.

 

Come abbiamo visto nei precedenti articoli che trattano il tema dedicato all’utilizzo dei dispositivi digitali in preadolescenza e adolescenza, i nostri giovani si relazionano per molte ore al giorno con il cellulare (e non solo) Questo comportamento divenuto il loro “pane quotidiano” è un’ abitudine che impatta rovinosamente la crescita cerebrale, in particolare, in preadolescenza, periodo sensibile al rinnovo del tessuto neurale connettivo.

 

In questo articolo ci avvicineremo un po’ di più nel dettaglio e approfondiremo ciò che accade nel nostro cervello quando il comportamento connesso all’utilizzo del cellulare è mantenuto per molte ore al giorno, vicino a quelle 5 ore al giorno che equivalgono a un “part-time”!

Utenti abili e vulnerabili: dipendenza da internet?

 

La società offre molti stimoli, ma non tutti sono utili alla crescita dell’essere umano. Per questo motivo è fondamentale che, fino a una certa età, i genitori operino un distinguo tra ciò che è utile e ciò che non lo è e grava sulla crescita dei figli. 

 

I preadolescenti, gli adolescenti e i ventenni di oggi rappresentano la prima generazione di giovani esposti a un numero incredibile di distrazioni elettroniche e sono quindi soggetti a una serie di nuove influenze. I ragazzi sono le massime autorità mondiali in tema di tecnologia, ma pur essendo gli utenti più abili, sono anche i più vulnerabili.

 

Le conseguenze negative della digitalizzazione riguardano non solo la nostra mente, bensì anche il nostro organismo. Poiché la mente abita il nostro corpo, le conseguenze fisiche dannose si riflettono a loro volta sulla mente.

 

Insonnia, depressione e dipendenza sono alcuni degli effetti pericolosi dati dal consumo di media digitali che non possono essere sottovalutati nell’ambito dello sviluppo delle giovani generazioni. 

 

L’art. 8 del GDPR (Regolamento Generale sulla Protezione dei Dati) ha previsto che il trattamento dei dati personali dei soggetti aventi meno di 16 anni sia lecito solo previo consenso dei genitori o di chi eserciti la responsabilità genitoriale. Gli stati membri dell’Unione Europea possono stabilire per legge un’età inferiore, purché non inferiore a 13 anni. Nel nostro paese questo limite è fissato a 14 anni (art. 2 – quinquines del d.lgs n. 196/200).

 

Perché lo stato tutela i nostri ragazzi e noi no?

 

Perché esponiamo i nostri ragazzi a un contesto sul quale non abbiamo il controllo ambientale che meritano? Accompagniamo i nostri ragazzi ovunque (scuola, attività extra socialistiche, ect..) fino a età avanzata, allora perché non li seguiamo nell’utilizzo del cellulare più consapevole e coerente con il loro sviluppo cerebrale ed emotivo?

 

Nella mia esperienza professionale, come psicologa scolastica, spesso noto delegare alla scuola molta parte dell’educazione che dovrebbe avere come primo garante la famiglia, educazione digitale compresa. La scuola, prima di tutto, è un contesto di apprendimento ed è necessario che famiglia e scuola lavorino in sinergia, ciascuno con i propri compiti, per tutelare i bisogni dei ragazzi. La divisione dei compiti, in questo senso è fondamentale: prima di condividere è necessario dividere, ovverosia sapere chi fa cosa. In questo modo possiamo permettere ai nostri ragazzi la coerenza che meritano in due importanti contesti di vita: famiglia e scuola. 

 

La tecnologia costituisce l’ennesima occasione di inseguire la novità e, poiché è facilissimo stimolare il cervello degli adolescenti, basta il più recente giocattolo digitale per farli distrarre. La cascata di neuroprocessi che attiva il circuito cerebrale della ricompensa e l’abbondante rilascio di gratificante dopamina è innescata altrettanto facilmente dall’introduzione sul mercato dell’ultimo smartphone come dall’alcol, dall’erba, dal sesso o da una macchina veloce.

 

Dipendenza comportamentali e dipendenze chimiche: quali differenze?

 

Sotto certi profili, la tecnologia può essere una droga, anche se ufficialmente, né l’American Psychological Association né l’American Psychiatric Association definiscono la dipendenza da Internet un disturbo mentale. Il manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali, giunto alla sua quinta versione revisionata DSM-5-TR pubblicata nel 2023, ha aggiunto la voce “Disturbo da gioco su internet”all’appendice e raccomanda di compiere altri studi sull’argomento. 

 

Le dipendenze comportamentali sono altrettanto insidiose delle dipendenze chimiche, perché utilizzano gli stessi circuiti cerebrali. Il bisogno compulsivo di connessione digitale si esprime su due livelli: comportamentale e biochimico (Mosher, 2011). Ogni squillo, impulso o raffica di musichette dello smartphone fa dire per un attimo al nostro cervello: “Oh, wow!” e il nuovo messaggino sul cellulare rappresenta un “dono digitale” che genera una piacevole ondata di dopamina nel cervello. 

 

Gli smartphone hanno messo tali radici nelle nostre vite che due terzi degli utenti riferiscono di sentire vibrare l’apparecchio anche quando in realtà non vibra (fenomeno definito “sindrome della vibrazione fantasma”). 

 

I videogiochi rappresentano la modalità digitale per la quale i ragazzi spendono più tempo, poiché permettono l’interazione umana con un’interfaccia utente che genera feedback audiovisivo.  Inoltre, ai videogame si accede con i più svariati apparecchi: computer, IPad, smartphone, Xbox, GameBoy, ecc… Forse le più terribili tentazioni digitali per i preadolescenti sono le scommesse online e i videopoker, dove all’improvviso si trovano esposti a una doppia fregatura: la dipendenza da gioco d’azzardo e la tecnologia. Sono presenti casinò online localizzati in tutto il mondo e chiunque lo desideri può giocare, basta visitare siti stranieri in cui non vi sono limiti di età. Nell’adolescente, il gioco ossessivo che esclude ogni altra attività risulta avere, come ogni altra dipendenza, effetti negativi sia nel breve sia nel lungo termine. 

 

Sono stati individuati una serie di caratteristiche dei videogiochi che contengono un potenziale di dipendenza particolarmente elevato:

  • attribuzione di ricompense virtuali in relazione al tempo trascorso a giocare;
  • attribuzione di ricompense virtuali particolarmente preziose tramite il ricorso a meccanismi di rinforzo intermittente;
  • regole che svantaggiano l’utente se non frequenta regolarmente l’ambiente di gioco;
  • complesso sistema multilivello, strutturato in modo che l’evoluzione del proprio personaggio costringa l’utente a giocare in maniera intensiva per diversi mesi;
  • ambiente di gioco vasto e complesso, strutturato in modo che l’esplorazione e l’utilizzo delle opzioni di gioco costringa l’utente a giocare in modo intensivo per diversi mesi;
  • missioni di gioco complesse che possono essere compiute solo all’interno di una comunità di gioco affiatata a funzionale, che favorisca un forte senso di responsabilità nei confronti degli altri giocatori e rimorso in caso di assenza;
  • potenziale esclusione dalla comunità di gioco e rischio di essere bloccati.

 

Come stanno i ragazzi dopo ore e ore spese davanti ai dispositivi digitali?

 

Vi è mai capitato di notare come stiano i vostri ragazzi dopo alcune ore spese davanti ai dispositivi digitali? Di solito, dopo due ore di televisione o di giochi online non si ha voglia di fare nulla. Vi sono crescenti prove del fatto che l’uso eccessivo di Internet abbia un effetto negativo sull’umore degli adolescenti. Diversi studi hanno messo in evidenza la connessione tra depressione, scarso rendimento scolastico e incapacità di limitare il tempo passato on-line. Sempre più “utenti eccessivi” di Internet la definiscono una dipendenza e chiedono addirittura aiuto psicologico. Le evidenze mostrano sia una relazione tra uso eccessivo di internet e psicopatologie depressive (Campbell et al., 2006; Lam & Peng, 2010), sia che la depressione si manifesti più spesso in concomitanza con la dipendenza da computer o da internet rispetto a persone che hanno un comportamento digitale normo regolato (Fröhich, & Lehmkuhl, 2012) . 

 

Un altro aspetto da tenere fortemente in considerazione è il sonno. Sappiamo che non si può non dormire: a un certo punto la stanchezza è tale per cui non si riesce più a restare svegli e si sviene dal sonno (momento in cui il corpo ha iniziato il processo di guarigione). Il sonno è un processo che il cervello ricerca attivamente e permette di sedimentare le informazioni apprese nell’esperienza giornaliera. 

 

L’insonnia è l’effetto collaterale indesiderato più frequente dell’utilizzo dei media digitali. Chi si priva del sonno con i media digitali, non solo impatterà con una maggiore stanchezza, ma nel lungo termine porterà a un abbassamento delle difese immunitarie, con conseguente aumento di infezioni, malattie cardiovascolari, sovrappeso, diabete, ecc…

 

Altri studi hanno messo in evidenza che la sostituzione dei contatti umani reali con i network digitali possa provocare una riduzione del cervello sociale. Amigdala e corteccia orbitofrontale sono due aree implicate nel comportamento sociale: il volume dell’amigdala varia in modo direttamente proporzionale all’attività sociale di una persona; l’attivazione della corteccia orbitofrontale è legata alla capacità di adattarsi alla situazione sociale e il suo volume varia in proporzione alla competenza sociale cognitiva.

 

Recenti studi condotti sugli adolescenti, con le scansioni fMRI, hanno dimostrato che la dipendenza da cocaina e metanfetamine modifichi la struttura delle connessioni tra i due emisferi cerebrali e anche quella di altre importanti aree che usano la dopamina come neurotrasmettitore. Il particolare interessante delle indagini fMRI sugli “Internet-dipendenti” è che presentano praticamente la stessa configurazione. 

 

Un’altra ricerca condotta in Corea ha confermato l’effetto dei videogiochi sulla struttura cerebrale degli adolescenti. 15 maschi a cui era stata riconosciuta la dipendenza da Internet sono stati confrontati con ragazzi che non si dedicavano ai videogiochi. La ricerca ha evidenziato che i ragazzi con dipendenza da internet avevano una minore estensione della corteccia orbitofrontale, area coinvolta nella modulazione dell’assunzione di rischio. La stessa caratteristica è stata osservata in persone con Disturbo Ossessivo Compulsivo 

 

Infine, è stato anche analizzato il legame tra videogiochi e disturbo da deficit di attenzione/iperattività negli adolescenti e si sono rilevati sintomi più numerosi e gravi nei ragazzi che si dedicano ai videogiochi per più di un’ora al giorno (Chan & Rabinowitz, 2006).

 

Per concludere 

 

I nostri ragazzi sono esposti a numerosi stimoli: siamo nell’era del multitasking. Quando viene chiesto agli adolescenti se sanno eseguire molteplici compiti contemporaneamente, quasi tutti si dicono convinti della loro bravura e sostengono che il multitasking permetta loro di produrre di più. Tuttavia da alcune indagini risulta che il multitasking interferisce con l’apprendimento. Probabilmente la percezione di “fare meglio” riflette il soddisfacimento di un bisogno emotivo: la soddisfazione non deriva da un apprendimento migliore, ma dalla dipendenza dall’attività digitale (ad es. studiare con la tv accesa o ascoltando la musica) che rende lo studio più piacevole (Wang & Tchernev, 2012).

 

Alla luce di tutto ciò, anziché offrire delle risposte, desidero concludere con alcune domande e riflessioni. Robert Frost nella sua poesia “La strada non presa” scrisse: “Lo racconterò con un sospiro da qualche parte tra molti anni. Due strade divergevano in un bosco ed io – io presi la meno battuta e questo ha fatto tutta la differenza”.

 

E se anche noi potessimo scegliere la strada meno battuta e aspettare che i nostri ragazzi abbiano compiuto 14 anni prima di offrire loro la possibilità di avere e usare quotidianamente il cellulare? Se potessimo davvero fare una scelta differente, meno abitudinaria e più in linea con i bisogni di crescita cerebrale, emotiva e relazionale dei nostri ragazzi? Se potessimo offrire loro un contesto più tutelante e allo stesso tempo anche  più “scomodo” e differente da quello che stiamo offrendo  loro  in questo momento storico e che crediamo di conoscere?

 

Per approfondire

 

Campbell, A.J., Cumming, S.R. &  Hughers, I. (2006). Internet use by the socially fearful: Addiction or therapy? CyberPsychology & Behavior 9: 69-81.

 

Chan, P. A., & Rabinowitz, T. (2006). A cross-sectional analysis of video games and attention deficit hyperactivity disorder symptoms in adolescents. Annals of general psychiatry, 5, 16. https://doi.org/10.1186/1744-859X-5-16

 

Fröhich, J. & Lehmkuhl, G. (2012). Computer and Internet eroben die Lehmkuhl. Vom normalem Spielvehalten bis zur Sucht and deren Behandlung. Schattauer, Stuttgart.

 

Giannantonio M. (2012). “Paura di sentire. Come gestire il “pericolo” delle emozioni”. Trento: Erickson

 

.Hong, S. B., Kim, J. W., Choi, E. J., Kim, H. H., Suh, J. E., Kim, C. D., Klauser, P., Whittle, S., Yűcel, M., Pantelis, C., & Yi, S. H. (2013). Reduced orbitofrontal cortical thickness in male adolescents with internet addiction. Behavioral and brain functions : BBF, 9, 11. https://doi.org/10.1186/1744-9081-9-11 

 

Lam, L.T. & Peng, Z.W, (2010). Effect of pathological use of the internet on adolescent mental Health. Arch Pediatr AdolescMed. 164: 901-906

 

Mosher, D. (2011). High Wired: Does addictive Internet use restrure the brain?, Scientific American.

https://www.garanteprivacy.it/temi/minori

 

Zheng wang e John M. Tchernev, The “myth” of media multitasking: reciprocal dynamics of media multitasking, personal needs, and gratification, in Journal of Communication, LXII, 3, giugno 2012).

Bibliografia 

 

Jensen, F.E., & Nutt, A.E. (2015). Il cervello degli adolescenti. tutto quello che è necessario sapere per aiutare i nostri figli. Mondadori: Milano. Versione Kindle.

 

Siegel, D.J. (2014). La mente adolescente. Raffaello cortina: Milano.

 

Spitzer, : (2019). Demenza digitale. Come la nuova tecnologia ci rende stupidi. Corbaccio: Milano.

 

Agnese Novelli, psicologa e psicoterapeuta. Specializzata in psicoterapia cognitivo comportamentale presso ASCCO di Parma dove ha conosciuto l’Acceptance and Commitment Therapy – ACT e la Mindfulness, verso le quali ha mostrato fin dall’inizio interesse e curiosità. Dal 2018 è membro del direttivo di ACT ITALIA e membro dell’équipe Leaves – Psicologia Applicata. I principali ambiti di intervento come libera professionista presso lo Studio Leaves di Reggio Emilia sono: percorsi educativi e clinici rivolti ad adolescenti e adulti; formazione e sostegno in ambito scolastico; percorsi clinici per persone con disturbi d’ansia e dell’umore