ADHD nell’adulto: evoluzione e conoscenza
di Agnese Novelli, psicologa e psicoterapeuta
Durante una lezione molto interessante sul tema del funzionamento ADHD nell’adulto tenuta da un collega molto stimato, il dott. Giovanni Zucchi, quest’ultimo ha rimandato all’importanza di costruirsi delle “gabbie”.
Noi siamo propensi a riconoscere la gabbia come qualcosa che rinchiude e ci priva dello spazio vitale, come una sorta di limitazione avversiva. Al contrario, la prospettiva portata dal collega propone una visione di gabbia come “alleata” che ci aiuta a mantenere le priorità e mettere in fila le cose, proteggendoci da “attacchi esterni”, come i rischi ai quali siamo esposti quando contattiamo i nostri limiti, compresi quelli connessi al funzionamento ADHD.
È importante riconoscere che, prima di essere un disturbo, l’ADHD è un funzionamento neurodivergente. A parlare in modo pionieristico di neurodivergenza è stata la sociologa australiana Judy Singer, negli anni ’90, la quale ha celebrato le differenze neurologiche, neurodivergenze appunto, come parte di una varietà naturale della condizione umana.
I punti centrali identificati dalla dott.ssa Singer sono:
- riconoscimento delle differenze;
- inclusione;
- rispetto;
- valorizzazione dei punti di forza.
Tutti aspetti molto importanti che, però, dimenticano i limiti e le sfide che le persone accompagnate da un funzionamento neurodivergente esperiscono come causa di profonda sofferenza personale.
Come rimanda Giulia Spencer nel suo libro “ADHD adulti e bambini Ritrova il tuo equilibrio”: «Le sfide della persona con funzionamento ADHD si manifestano spesso in modo sottile, invisibile agli occhi degli altri, ma profondamente percepibili da chi le vive e le sperimenta ogni giorno. Non si tratta solo di momenti di distrazione o di difficoltà organizzative, ma più che altro di una costante sensazione di dover lottare contro una corrente che non tutti vedono. Nel contesto della vita quotidiana, queste difficoltà si intrecciano con le responsabilità lavorative, le relazioni personali e la gestione di se stessi» (G. Spencer, 2025).
Nonostante la diagnosi più frequente sia in età evolutiva, l’ADHD nell’adulto non è assolutamente un disturbo di nicchia, poiché coinvolge circa il 2,8% della popolazione generale con più di 18 anni di età e le persone che ne soffrono vanno incontro a frustrazione, fatiche e fallimenti che impattano sulla percezione di sé e sulla propria autostima. Inoltre, la gestione dell’attenzione è faticosa ed estremamente variabile anche in relazione a difficoltà nel processo motivazionale.
In questo articolo vorrei provare a descrivere il funzionamento ADHD a 360°, così da esplorarne i limiti, i rischi connessi all’insorgenza del disturbo, i punti di forza, le sfide e la sofferenza ad esso profondamente connessi, poiché la vita della persona con ADHD è caratterizzata da svariati ostacoli e necessita di supporto e interventi mirati, in ogni sua fase, anche a causa di una società che, oggi nella sua cultura, offre ambienti spesso di difficile accesso per persone con funzionamento diverso, rendendo ancora più difficile l’adattamento. Alcuni esempi sono l’iperstimolazione sensoriale e tecnologica, la focalizzazione sulla performance, il ritmo puntuale e veloce, ecc…
A tale scopo, ho pensato di suddividere l’argomento in due o più articoli, nei quali verranno descritti in modo essenziale e chiaro gli aspetti e le caratteristiche del funzionamento ADHD, così da agevolare nel lettore una maggiore comprensione e una più utile conoscenza, liberandosi il più possibile da pregiudizi o falsi miti.
Nello specifico verrà descritta quella che viene chiamata “triade classica” dei suoi sintomi, la loro evoluzione e le manifestazioni cliniche, le differenze di genere, le comorbilità, i fattori che ne influenzano l’espressione (ovverosia i fattori di rischio e i fattori protettivi), le sfide invisibili, le risorse e lo Sluggish Cognitive Tempo (SCT), tutto ciò all’interno della sua peculiare cornice riconducibile al ritmo ADHD.
Una breve introduzione
Partiamo ora con una breve introduzione: l’acronimo ADHD definisce l’Attention Deficit Hyperactivity Disorder (in lingua italiana “Disturbo da Deficit di Attenzione/Iperattività”) e descrive una modalità di funzionamento che esordisce precocemente e di frequente permane nel corso della crescita, influenzando l’individuo che ne soffre in vari ambiti e fasi di vita: sociale, relazionale, scolastico e lavorativo.
Il quadro della persona con ADHD è caratterizzato da pattern persistente di inattenzione o iperattività/impulsività o entrambe (forma combinata). Gli aspetti clinicamente più conosciuti sono la disattenzione, la disorganizzazione, l’iperattività e l’impulsività che si modificano nel corso dello sviluppo individuale e, in età adulta, possono essere più sfumati o resi meno evidenti, ma non per questo meno invalidanti. Tale quadro clinico è arricchito anche da incapacità di monitoraggio e regolazione e disregolazione emotiva.
Qualche informazione in più
L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ha riconosciuto che il 57% degli adulti con una storia clinica ADHD nell’infanzia soddisfa i criteri per il disturbo diagnostico e che il 66% presenta più di un sintomo che causa disagio e compromissione (Fayyad et al., 2017).
Studi epistemologici più recenti hanno riscontrato una prevalenza del 3% nella popolazione generale (Song et al., 2021). La prevalenza dell’ADHD in età adulta (in Italia, il 2,8%) è circa la metà di quella infantile (in Italia, il 4%). Dunque, un buon numero di minori con questo funzionamento raggiungono una sufficiente compensazione con la crescita.
Nonostante sia descritto come patologia peculiare dell’età evolutiva, fino a 2/3 delle persone con ADHD continuano a manifestare il disturbo in età adulta. In Italia, vi sono significative carenze in ambito formativo oltre il periodo adolescenziale. Studi longitudinali evidenziano una persistenza lifetime dell’ADHD, in particolare, per le forme inattentive, ma non solo (Agnew-Blaise et al., 2016; Barkley et al., 2002).
Nel 1995, Paul Wender ha definito l’ADHD un disturbo genetico e neurobiologico di carattere cronico. Alla fine degli anni ‘80 venne riconosciuto ufficialmente il carattere cronico dell’ADHD e all’interno della terza versione revisionata del DSM (DSM-III-R) è stato inserito un «Tipo residuale» che ne ha permesso la diagnosi anche in età adulta.
Il DSM-5 e l’ICD-11 non descrivono in modo accurato il quadro sintomatologico dell’ADHD nell’adulto, classificato all’interno dei Disturbi del neurosviluppo tra le condizioni cliniche caratterizzate da un esordio in età infantile (spesso prima dell’età scolare).
Nella maggior parte dei casi l’ADHD si manifesta prima dei 7 anni di età, in questo caso si parla di esordio infantile. Siamo nell’ambito dell’esordio «tardivo» quando i sintomi sono presenti a circa 12 anni di età (1-2% dei casi). L’esordio in adolescenza dipende, invece, dal mancato riconoscimento dei sintomi in infanzia dovuto a fattori, quali:
- difficoltà nella diagnosi per comorbilità con altre patologie;
- fattori sociali e bias culturali della famiglia di origine;
- buone strategie di compensazione da parte del soggetto;
- supporto familiare;
- elevato Quoziente Intellettivo (QI)
Rispetto a quest’ultimo punto, una valutazione del QI globale può essere utile, poiché soggetti che presentano un QI brillante sono più facili a mascherare le alterazioni a livello delle funzioni cognitive, tipiche nel soggetto con ADHD.
La “triade classica”
La condizione clinica generale dell’ADHD è caratterizzata da una gestione poco efficace e spesso disfunzionale delle risorse attentive che si può associare a manifestazioni iperattive/impulsive.
Inattenzione, impulsività e iperattività rappresentano quella che viene definita la “triade classica” dell’ADHD: elementi fondanti e descrittivi della diagnosi ma che da soli non bastano a spiegare il suo peculiare funzionamento. Di seguito verranno descritti uno alla volta.
Inattenzione
Prima di parlare di inattenzione è utile spendere qualche parola sull’attenzione.
L’attenzione è un processo cognitivo che permette di selezionare gli stimoli ambientali ignorandone altri. Da un punto di vista evolutivo, si tratta di un meccanismo estremamente utile ai fini della sopravvivenza dell’essere umano, poiché consente di organizzare le informazioni provenienti dall’ambiente esterno (in continuo mutamento) e di regolare i processi mentali. L’attenzione può essere diretta in modo volontario, oppure in modo automatico (cioè indipendente dalla nostra volontà) dal carico cognitivo e resistente alla soppressione.
Un esempio di attenzione automatica (che agisce come un riflesso) si osserva quando compare un segnale periferico e luminoso improvvisamente, verso il quale ci dirigiamo in modo prioritario rispetto ad altri stimoli presenti nell’ambiente circostante.
Il processo attentivo si esprime in attenzione selettiva, attenzione sostenuta e spostamento attentivo
Si parla di attenzione selettiva quando la persona si concentra su uno stimolo di interesse specifico; quando l’attenzione permane su un singolo stimolo siamo nel campo dell’attenzione sostenuta; infine, lo spostamento attentivo descrive il verificarsi del passaggio attentivo da uno stimolo all’altro (quest’ultima forma attentiva è quella che la nostra cultura, digitale allena in modo esponenziale).
Nel funzionamento ADHD risulta essere presente una compromissione a livello dell’attenzione selettiva e dell’attenzione sostenuta che si manifesta con scarsa cura per i dettagli, sensibilità alla noia e incapacità di portare a termine le azioni intraprese. Stimoli interni (come pensieri o preoccupazioni) ed esterni (quali suoni, stimoli visivi, o tattili) possono essere fonte di distrazione e, talvolta, le persone con ADHD danno l’impressione di non comprendere o di non memorizzare le istruzioni. Inoltre, lo sforzo cognitivo per mantenere l’attenzione su un’attività comporta un senso di fatica soggettiva, cali della vigilanza e necessità di riposi quotidiani. Elevati livelli di stanchezza e noia (e i conseguenti spostamenti di attività non completate) possono rimanere stabili per tutta l’età evolutiva e oltre.
Dall’adolescenza, possibili espressioni della difficoltà attentiva si esprimono con:
- multitasking: tendenza a impegnarsi in più attività contemporaneamente;
- hyperfocusing (iperfocalizzazione): peculiarità ADHD descritta in modo più approfondito più avanti che si esprime nella tendenza a focalizzare completamente la propria attenzione per lungo tempo su un unico stimolo/attività;
- mind wandering (in italiano “vagare della mente”): tendenza naturale della mente a spostare l’attenzione dall’attività in essere verso pensieri – immagini, ricordi – emozioni, ect…
Tutte caratteristiche presenti in ciascuno di noi, ma con frequenza e intensità profondamente inferiori e meno impattanti, rispetto alla persona con ADHD.
Nell’adulto si è rilevata la presenza di deficit nelle funzioni esecutive, quali:
- flessibilità cognitiva (o shifting): capacità di spostarsi flessibilmente da un compito a un altro/essere interrotti senza risultare essere frustrati e irritati;
- inibizione: capacità di inibire l’inizio di una risposta;
- interrompere delle risposte già avviate;
- abilità di resistere alle interferenze;
- fluenza verbale fonologica: recuperare parole a partire dalla lettera iniziale;
- fluenza verbale semantica: recuperare parole a partire dalla categoria.
Nell’ADHD adulto sembra sia presente una maggiore compromissione della fluenza verbale fonologica.
Impulsività
Il proverbio recita: “Meglio un uovo oggi che una gallina domani!” e la persona con ADHD sembra seguirlo alla lettera, poiché presenta la predisposizione a preferire, in modo reattivo, una ricompensa immediata anche più piccola, piuttosto che attendere un beneficio più corposo e temporalmente posizionato nel medio-lungo termine.
L’impulsività rimanda all’assenza di dialogo interno e al bisogno istantaneo di ricompensa, associato spesso a considerevole intolleranza alla frustrazione.
L’impulsività esprime le difficoltà a posticipare il tempo della risposta a uno stimolo, interno o esterno, a tenere a freno le proprie reazioni e a riflettere prima di agire e a posticipare.
Nella gratificazione ogni bisogno diventa urgente, quindi ogni premio immediato diviene prioritario rispetto a uno più lontano nel tempo seppur più consistente.
L’impulsività è strettamente legata alle condotte di sensation seeking (costante ricerca di esperienze nuove e intense) e si manifesta con impazienza e risposte “di getto” prima che le domande siano completate.
L’impulsività la si osserva nel non riuscire ad attendere in proprio turno, nell’interrompere gli altri o intromettersi nei fatti altrui, comportamenti inadeguati che possono compromettere le relazioni interpersonali, anche quelle significative.
Iperattività
L’iperattività si manifesta attraverso un’eccessiva tendenza al movimento, inquietudine e difficoltà a intraprendere/impegnarsi in attività di svago in silenzio. L’eloquio risulta essere logorroico.
L’iperattività è il sintomo più evidente nei primi anni di vita. I bambini iperattivi vengono descritti come «mossi da un motorino», si alzano e muovono in continuazione dalla propria sedia, poiché faticano a rimanere seduti, parlano di continuo e disturbano le attività che dovrebbero comportare tranquillità. La sua intensità è massima in età prescolare e, nonostante sembri aumentare con l’ingresso alla scuola primaria (agevolata dalla richiesta a rimanere più tempo seduti in classe), tende ad attenuarsi nel corso della fanciullezza quando, nel tempo, si sostituisce a una sensazione interna di tensione e conseguente necessità a «scaricarsi». Ad esempio, si osserva nel bisogno di muovere continuamente le gambe (anche da seduti) o avere qualche oggetto in mano con cui giocherellare.
Adolescenti e adulti, tendenzialmente osservati come “meno” iperattivi, in realtà presentano una modalità differente di «scarica» emotiva e nervosa.
L’iperattività può essere anche mascherata da adattamenti, come ad esempio il ricorso all’attività sportiva.
Vedremo nel prossimo articolo il valore dell’attività sportiva sui sintomi dell’ADHD e di come questi ultimi possano rendersi più evidenti quando la persona rinuncia/debba rinunciare a fare attività sportiva.
Evoluzione dei sintomi nel corso dello sviluppo
Con i criteri del DSM-5, la diagnosi ADHD è possibile dai 3 anni e nel corso dello sviluppo è evidente una diversa evoluzione dei sintomi.
L’iperattività ha esordio molto precoce ed è spesso associata a disturbi del sonno. Nonostante sia più visibile in età scolare, il massimo grado di iperattività è presente in età prescolare, quando possono presentarsi crisi di rabbia, litigiosità, comportamenti aggressivi e disturbi del sonno.
In età scolare si evidenziano sintomi di disattenzione e impulsività e una possibile riduzione dell’iperattività. Le difficoltà scolastiche, connesse a un evitamento nel fare i compiti, richiedono un certo impegno e verso i quali si nota un atteggiamento provocatorio.
In adolescenza, il deficit attentivo è visibile in sia ambito scolastico e sia nella pianificazione delle attività quotidiane. Si riscontra una diminuzione del comportamento iperattivo, espresso attraverso una sensazione soggettiva di instabilità, e si denota una mancanza di abilità sociale, bassa autostima e maggiore propensione alle condotte rischiose, già di per sé manifeste in questa fase di sviluppo.
L’adultità presenta un quadro clinico differente. Nel 90% dei casi permangono difficoltà attentive e di organizzazione: gli adulti ADHD passano spesso da un compito all’altro, lasciando dietro di sé una serie di attività incompiute, nella vita privata e nella vita lavorativa. L’iperattività nell’adulto appare maggiormente sotto forma di impulsività, espressa nella difficoltà a inibire risposte verbali e comportamentali e nella regolazione delle emozioni.
Differenze di genere e comorbilità
Un dato interessante è la comparazione di genere: in età prescolare il rapporto maschi-femmine è 3:1, mentre pareggia in età adulta, in rapporto 1:1.
Resta aperta la domanda se questo equilibrio, acquisito in età adulta, sia dovuto a miglioramenti delle competenze dei maschi durante la crescita, oppure a una migliore capacità di individuare e diagnosticare le difficoltà nelle femmine in età adulta.
La differenza di genere è visibile anche nelle comorbilità: ad esempio, nei maschi è stata osservata una maggiore comorbilità con il disturbo da uso di sostanze, il disturbo di personalità antisociale e il disturbo d’ansia da separazione; nelle femmine la comorbilità è maggiore con i disturbi dell’umore, i disturbi d’ansia, i disturbi del comportamento alimentare e il disturbo di personalità borderline.
Nella storia di comorbilità tra ADHD e depressione, l’ADHD è più precoce alla depressione che, invece, si può sviluppare in età scolare o in adolescenza. Un dato molto importante è che l’associazione tra funzionamento ADHD e disturbo depressivo possa aumentare il rischio suicidario.
La comorbilità ADHD e disturbo bipolare porta a diagnosi e prognosi più severe. Mentre in età evolutiva solleva problemi di diagnosi differenziale a causa di alcune sovrapposizioni nei sintomi, una loro differenza importante risiede nell’iperattività che si osserva più caotica e afinalistica nei soggetti con ADHD rispetto alle persone che soffrono di disturbo bipolare.
Siamo geni e ambiente!
L’ADHD è una condizione multifattoriale: non esiste una sola causa specifica, ma piuttosto un insieme di elementi che contribuiscono al suo sviluppo che interagiscono tra loro e influenzano il modo in cui il cervello si sviluppa e funziona. Elementi che si possono suddividere in fattori genetici, ambientali e biologici.
Fattori genetici
L’ADHD è ereditabile al pari del disturbo dello spettro autistico, del disturbo bipolare e della schizofrenia. Studi sui gemelli hanno riportato stime di ereditabilità del 70-80%.
La ricerca ha dimostrato che l’ADHD ha una forte componente genetica. Non esiste il «gene ADHD», ma una combinazione di varianti genetiche che ne aumentano il rischio. Infatti, se un genitore o un parente stretto ha l’ADHD, le probabilità di ereditarlo per la prole aumentano significativamente. Ci sono casi in cui la diagnosi del figlio porta a diagnosi tardiva di un genitore che presenta difficoltà simili (come tendenza alla procrastinazione, alla disorganizzazione, alla difficoltà a tollerare le frustrazioni e a gestire le proprie emozioni, etc..).
I geni associati all’ADHD influenzano sia i livelli di dopamina sia i livelli di noradrenalina: neurotrasmettitori implicati nel funzionamento ADHD e che saranno descritti all’interno dei fattori biologici.
Fattori ambientali
Come sappiamo l’ambiente gioca un ruolo cruciale nello sviluppo dell’individuo, soprattutto nelle prime fasi di vita. Anche se non causa direttamente l’ADHD, l’ambiente può influenzare il modo in cui si manifesta. Ad esempio, un bambino che cresce in un ambiente instabile o con poche regole e poco strutturate potrebbe mostrare sintomi ADHD più marcati, anche se questi non siano direttamente causati dall’ambiente.
I fattori ambientali riconosciuti essere più comuni nell’esacerbare i sintomi ADHD sono:
- complicazioni prenatali e perinatali;
- esposizione al fumo materno durante la gravidanza;
- parto prematuro e basso peso alla nascita;
- esposizioni ambientali a sostanze tossiche (come il piombo) che nei primi anni di vita possono alterare lo sviluppo neurologico;
- esperienze di forti stress o traumi nell’infanzia.
Fattori biologici
La ricerca si è interessata molto alle differenze biologiche nel cervello ADHD.
Gli esami diagnostici che permettono di osservare struttura e funzione del cervello (ad esempio, la Risonanza Magnetica funzionale – RMf) hanno mostrato la presenza di variazioni nelle dimensioni e nelle attività di alcune aree del cervello di persone con ADHD.
Le aree cerebrali osservate essere maggiormente coinvolte sono la corteccia prefrontale e il sistema limbico.
- La corteccia prefrontale è l’area riconosciuta essere responsabile delle funzioni esecutive (quali ad esempio: il controllo dell’attenzione, la pianificazione e il pensiero critico); nel cervello ADHD, essa, risulta essere meno attiva, così da rendere difficile alcune attività, come il focus attentivo e l’organizzazione delle attività. Quindi, potremmo vedere persone con ADHD iniziare un progetto e poco dopo perderlo di vista come priorità e guardare un video o rispondere ai messaggi sul cellulare.
- Il sistema limbico è l’area adibita alla gestione delle emozioni e alla motivazione; nel cervello ADHD, tale sistema, risulta essere iperattivo, causando emozioni intense e difficoltà a iniziare compiti non immediatamente gratificanti.
I neurotrasmettitori risultati essere coinvolti nel funzionamento ADHD sono la dopamina e la noradrenalina, rispettivamente, essenziali per il controllo dell’attenzione e la motivazione. Nello specifico:
- la dopamina è strettamente legata alla sensazione di gratificazione; infatti, quando svolgiamo un’attività interessante o gratificante, il cervello rilascia dopamina e ci aiuta a mantenere l’attenzione sull’attività stessa. Nel cervello ADHD i livelli di dopamina sono spesso insufficienti o mal regolati, rendendo difficile la concentrazione in attività che non offrono una ricompensa immediata, portando il soggetto, ad esempio, a procrastinare i compiti noiosi.
- La noradrenalina aiuta il cervello a filtrare le distrazioni, agevolando il soggetto a mantenere il focus su un compito specifico. Nel cervello ADHD questo “filtro noradrenergico” funziona male, permettendo a stimoli irrilevanti di attirare l’attenzione. Il risultato è una difficoltà cronica nel distinguere ciò che è importante da ciò che non lo è e vivere tutto con urgenza, senza offrire priorità al proprio fare.
Sintomi associati al funzionamento ADHD
Oltre alla “triade classica”, l’ADHD presenta un nutrito numero di altre manifestazioni cliniche che rendono il suo riconoscimento ancora più complesso.
Di seguito è possibile leggere un breve elenco e una breve descrizione di tali manifestazioni cliniche: disorganizzazione, incapacità di monitoraggio e regolazione, difficoltà socio relazionali e disregolazione emotiva.
Disorganizzazione
La disorganizzazione, rappresentata dalla metafora del “disordine esistenziale” nella vita quotidiana, è una tendenza visibile nel modo in cui la persona affronta i compiti in classe come anche qualsiasi problematica di vita reale.
La disorganizzazione si conforma come basso grado di organizzazione che si esprime in:
- disordine. In adolescenza, il disordine della propria stanza è un marker del funzionamento e, nonostante non sia di per sé disfunzionale può divenire motivo di conflitti e discussioni familiari;
- difficoltà a definire le priorità. La persona presenta un approccio dispersivo al compito accompagnato dalla tendenza a spendere tempo ed energia in aspetti non rilevanti;
- Discronia. Espressa nella difficoltà a concettualizzare il tempo e nell’incapacità a collocare le proprie azioni in segmenti di tempo definiti. La persona è considerata incapace di valutare i tempi necessari per svolgere un’attività. La discronia è una compromissione evidente, ad esempio, nell’organizzazione di un’agenda adulta (dare appuntamenti/organizzare gli spostamenti, etc..); è una caratteristica temporalmente stabile, spesso fraintesa e letta come cattiva disposizione volontaria o atteggiamento superficiale.
Incapacità di monitoraggio e regolazione
Monitorare l’andamento di un processo è correlato alla capacità di prevedere o anticipare, momento dopo momento, la direzione in cui stanno andando gli eventi.
Le persone con funzionamento ADHD sono incapaci di processare queste abilità, sia in adolescenza sia in età adulta. Aspetto meno presente nell’infanzia e nella fanciullezza, poiché compensato dalla presenza e dalla guida adulta.
Difficoltà socio-relazionali
La sintomatologia ADHD può essere un fattore predittivo delle difficoltà socio relazionali.
Le relazioni sentimentali degli adulti ADHD sono, in media, più instabili, brevi e caratterizzate da alti livelli di conflittualità. Si registra un tasso di separazioni maggiore rispetto alla popolazione generale (Canu et al., 2003) e solitamente è il partner della persona con ADHD ad avere una visione pessimistica della relazione (il 60% valuta il rapporto mediocre o pessimo).
Fattori associati all’ADHD che compromettono la relazione sono:
- mancanza di comunicazione;
- problemi di gestione e autoregolazione delle emozioni;
- dimenticare i motivi delle discussioni;
- parlare prima di pensare alle conseguenze;
- labilità attentiva durante le discussioni;
- difficoltà a tollerare le frustrazioni;
- non completare le attività intraprese (anche quelle richieste da partner);
- lasciare la casa e le proprie cose in disordine;
- aggressività. Un’estensione del malfunzionamento delle relazioni sentimentali può essere rappresentata dalla presenza di violenza domestica.
Disregolazione emotiva
La disregolazione emotiva rappresenta un pattern di caratteristiche transdiagnostiche presenti nell’arco della vita.
Di seguito si possono leggere alcune manifestazioni della disregolazione emotiva:
- scoppi di ira e perdita di controllo. Eccessivi o repentini cambi del tono dell’umore (spesso rimandate a diagnosi quali disturbo bipolare e disturbo di personalità borderline). Un esempio di queste tendenze è visibile quando la persona con ADHD ha uno scoppio d’ira dopo essere uscita di casa per l’ennesima volta dimenticando le chiavi.
- scarsa tolleranza alla frustrazione e allo stress;
- ipersensibilità alle critiche.
Tali sintomi, accanto a quelli di disattenzione e di iperattività, si presentano in percentuali che variano tra il 79 e il 90% (Kooij et al., 2006) e contribuiscono in modo indipendente alle compromissioni funzionali che sperimentano le persone con ADHD.
Il grande dimenticato: Sluggish cognitive tempo (STC)
Negli ultimi anni è stato descritto un quadro clinico, non incluso nei sistemi categoriali, denominato Sluggish Cognitive Tempo – SCT (Barkley, 2013).
Lo SCT è definito come «inattenzione pura» in assenza di impulsività e iperattività, spesso accompagnata da ipoattività.
Il suo riconoscimento è tardivo rispetto al quadro ADHD e il rapporto maschi-femmine è 1:1.
Le persone con SCT sono descritte: sognanti (“sognano a occhi aperti”, “hanno la testa tra le nuvole”), poco motivate al fare, indolenti, mancano di energia nelle attività quotidiane, mostrano lentezza esecutiva e faticabilità. Le loro timidezza e lentezza spesso sono interpretate come distacco o disinteresse per gli altri; nei gruppi sono ignorati piuttosto che rifiutati. In età adulta persistono le difficoltà attentive, la mancanza di strategie di organizzazione della vita quotidiana, la scarsa energia, la lentezza esecutiva, la tendenza a perdere le cose, etc…
Frequenti la presenza di comorbilità con ansia e depressione e l’associazione con Disturbi Specifici dell’Apprendimento (DSA) risulta essere del 25,5%.
A oggi è ancora in discussione se tale quadro possa avere uno spazio dedicato sui manuali di classificazione diagnostica (ICD-11 e DSM5) o piuttosto se fargli mantenere una dimensione patologica, priva di classificazione, senza che perda la sua valenza clinica. Una potenziale conseguenza di questa seconda possibilità è che persone che soffrono di STC possano non essere “riconosciute” e ricevano diagnosi altre, quali disturbi d’ansia, disturbi dell’umore o disturbi di personalità. Va da sé che una diagnosi corretta, basata sulla ricostruzione retrospettiva del quadro, sia fondamentale.
Conclusioni
Nella speranza e guidata dall’obiettivo di voler offrire un quadro il più possibile chiaro e semplice (non semplicistico) del funzionamento neurodivergente ADHD, mantenendo salda l’attenzione sulla sua complessità e del modo in cui evolve nel tempo, sarà mia cura proseguire con un secondo articolo dedicato alle risorse e sfide alle vissute da persone con ADHD, mantenendo il più possibile come cornice di riferimento il suo peculiare ritmo.
Per approfondire
Spencer, G. (2025). “ADHD adulti e bambini. Ritrova il tuo equilibrio” Torrazza Piemonte, Torino.
Migliarese, G., venturi, V., Reibman, Y. L., & Mencacci, C. (2023). “ADHD negli adulti. Un modello di intervento psicoeducativo”. Edizioni Centro Studi Erikson, Trento.
Mencacci, C. & Migliarese, G. (2021). “ADHD nell’adulto. Dalla diagnosi al trattamento”. Edra, Milano.